Fasi di ampliamento del castello

 

 A cura di Valter Zucchiatti

(ricercatore locale)

 

Il Castello di Villalta

Storia del castello e delle nobili famiglie.

"Fomento di scandali, ricetto di banditi, di contrabbandi, sicuro asilo di violenze", "Il castello veglia solo, abbandonato dagli uomini come da tempo é stato abbandonato dalle vicende", "Tutto é in rovina: la vita é fuggita da qua dentro, cacciata dall’orrore di tanti delitti", e ancora "Non troverete traccia di leggendari trabocchetti, dove i racconti popolari vogliono che siano finite le giovani contadine predate nei dintorni".

Con simili tinte fosche cronisti e storici dipinsero il castello di Villalta a partire dalla prima metà del secolo XVIII fino ai primi decenni del Novecento, in pratica nel periodo durante il quale esso rimase abbandonato e disabitato, in seguito alla scellerata avventura del conte Lucio Antonio della Torre, che lo portò sul patibolo a soli 27 anni.

Questo accadeva nel 1723, una data che segnò veramente la sua fine. Prima di allora il castello e le famiglie che ne furono infeudati erano stati al centro di vicende grandi e piccole, gloriose e meno felici, per quasi tre secoli al centro della storia dello stato Patriarcale Friulano, dando i natali ad una folta schiera di grandi personaggi e di veri assassini.

Il castello compare per la prima volta nelle cronache dell’anno 1216, quando Enrico il vecchio riuscì a respingere le soldataglie trevigiane di Ezzelino da Romano che lo assediavano.

Egli apparteneva alla nobile famiglia dei Villalta, di origine tedesca, ed era un feudatario libero, ossia un ghibellino che si riteneva un dipendente dell’Imperatore, anche se il patriarca di Aquileia era da tempo il principe assoluto del Friuli. Questa circostanza, in piena lotta delle investiture, giocò sempre un ruolo determinante in tutte le successive vicende.

Solo pochi anni più tardi, però, Ezzelino, il nemico di prima, divenne un potente alleato di Enrico in quella che fu una guerra contro il Patriarcato talmente disastrosa da mettere in pericolo l'esistenza stessa dello Stato. Dal 1219 al 1221 il Friuli e il Veneto furono devastati a turno dalle forze avversarie (si parlò, tra l'altro, di oltre trecento villaggi distrutti e incendiati). Della questione si interessarono anche il papa e l'imperatore Federico II di Svevia, e finalmente i feudali ribelli, tra cui anche i Villalta, si sottomisero all'autorità del patriarca, riconoscendolo, almeno formalmente, quale loro Signore.

Una leggenda vuole che tutto abbia avuto inizio quando Ginevra di Strassoldo, soprannominata la Bellissima e promessa a Federico di Cucagna, nobile ministeriale (di nomina patriarcale), andò invece sposa a Odorico di Villalta. Tale affronto scatenò la guerra.

Il Duecento fu il periodo d'oro dei Villalta e della loro dimora fortificata: molti personaggi vengono citati nelle cronache in veste di arbitri di importanti vertenze feudali, di pacieri, di capitani delle principali città comunali venete. Nel 1257 Adalgerio di Villalta fu eletto a vescovo di Feltre e Belluno, e assieme al fratello Artuisio diedero origine a una nuova dinastia familiare, che si estinse nella prima metà del 1500.

Detalmo, personaggio all'epoca molto influente, edificò nel 1288 il castello di Variano, che venne distrutto appena dieci anni più tardi, nel corso di un'altra guerra intestina. Lo stesso Detalmo si era reso complice nel 1267 del rapimento del patriarca Gregorio di Montelongo.

In questo periodo c'è da registrare anche la costruzione, vicino al castello e per volontà di un altro Enrico, di un monastero dei Frati Minori di San Francesco, che conobbe buona fama e nel quale si dice abbia soggiornato anche il beato Odorico da Pordenone, prima di intraprendere il lungo viaggio che lo avrebbe portato a predicare la religione di Cristo nel lontano Catai.

Ma fu all'inizio del secolo seguente che la sorte riservò a un Villalta l'onore più alto. Gilo o Gillo salì sulla cattedra patriarcale nel 1315, ma poi l'elezione del Capitolo di Aquileia non venne confermata dalla Santa Sede di Avignone, che gli preferì Gastone della Torre, arcivescovo di Milano.

Tuttavia rimase in carica dal 16 febbraio di quell'anno fino al 10 gennaio 1317. Altri Villalta, in quello stesso torno di tempo, si occupavano invece di faccende che avevano molta parentela con il brigantaggio.

L'antica famiglia era ormai divisa in tre rami: dalla dinastia originaria si erano staccati i Villalta di Caporiacco, feudali di quel castello, e i Villalta di Uruspergo, una rocca nei pressi di Cividale che sarà distrutta nel 1364.

Questi ultimi erano persone piuttosto turbolente (tanto per usare un eufemismo), e si resero complici o protagonisti di gesta che ne decretarono la fine: come gli assalti armati contro Cividale in tentativi di conquistare la città (1308 e 1331. Fu durante quest'ultimo scontro che in Friuli si adoperarono per la prima volta le armi da fuoco: una cronaca annota •(balistabant cum sclopo). Nel 1306, in una scorreria a Trivignano, i Villalta e i loro alleati bruciarono la chiesa del paese con tutte le cinquanta persone che vi si erano rifugiate; nel 1310, dopo furiosi assalti, il castello di Villalta era stato conquistato e distrutto, e prontamente ricostruito, tanto che cinque anni dopo respingeva un altro assedio.

Infine, nel 1350, dopo una lunga serie di diatribe con il patriarca Bertrando di San Genesio a causa dell'eredità del padre, Francesco di Villalta di Uruspergo e alcuni cugini aderirono alla congiura ordita contro il metropolita aquileiese, che si concluse tragicamente il 6 giugno nella piana della Richinvelda con il suo assassinio.

Questa vicenda diede il colpo di grazia all'onore familiare, anche perché in molti, all'epoca e in seguito, riconobbero in Francesco la mano omicida che aveva troncato la vita dell'ultimo grande principe friulano. E non solo, anche il castello venne assaltato, preso e demolito, insieme alle case dei Villalta a Udine. Una terza demolizione, eseguita a furor di popolo, ebbe luogo l'11 dicembre 1385 per opera degli Udinesi e dei Veneziani, che ormai si erano gettati apertamente alla conquista del Friuli, la quale si completerà nel 1420, un anno dopo la dedizione dei Villalta alla Repubblica di San Marco

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Il castello passò di proprietà ai della Torre, nobile famiglia milanese impiantatasi in Friuli verso la fine del 1200, che aveva dato al Friuli ben quattro patriarchi, a partire dal 1433, e con essi iniziò una stagione meno drammatica.

Ma verso la fine del secolo la nobiltà, seguita dal popolo specialmente cittadino, era divisa in due fazioni: gli strumieri, facenti capo alla potente consorteria dei Torriani, e i zamberlani, capeggiati dai Savorgnan, che si avversavano con ferocia, non disdegnando di ricorrere ad atti di violenza e perfino all'omicidio.

Una rivalità che arrivò al suo culmine il giorno 27 febbraio 1511, divenuto tristemente celebre come la crudel Zobia grassa.

Quel giorno i popolani di Udine, sobillati da Antonio Savorgnan, si gettarono armati contro le case degli strumieri, compiendo una vera strage. Il giorno seguente la sommossa dilagò nelle campagne, e si assistette ad altre carneficine. I contadini, attratti dal miraggio del bottino, assaltarono e saccheggiarono oltre venti castelli, uccidendo chi gli si opponeva, dandoli poi alle fiamme.

La rivolta venne infine sedata, anch'essa nel sangue, ma solo un mese dopo, il 26 marzo, un catastrofico terremoto distrusse ciò che ancora rimaneva in piedi. Anche il castello di Villalta non scampò alle stragi degli uomini e della natura.

Naturalmente fu ricostruito e ampliato, adattandolo alle esigenze patrizie dei nuovi proprietari, nelle linee architettoniche tuttora esistenti, e per molti anni, forse troppi, considerati i precedenti, godette di una pace quasi irreale.

Ma verso la fine del 1600 il nome dei Torriani tornò prepotentemente alla ribalta a causa delle gesta sanguinose e scellerate di alcuni personaggi. Carlo della Torre, che deteneva prestigiose cariche onorifiche alla corte imperiale viennese, finì i suoi giorni nel carcere di Graz per delitti. Gli interessi personali per l'eredità divisero i tre figli: il primogenito Lucio morì avvelenato a Villalta; gli altri due si avversarono tanto fino a che Girolamo, in un agguato tesogli all'imbrunire del 15 novembre 1699, uccise il fratello Sigismondo sulla scalinata che conduce alla zona padronale del castello.

E sarà il rampollo del defunto, Lucio Antonio -il famigerato Conte Lucio -che al momento dell'omicidio aveva quattro anni, a dare vita a una storia convulsa, romanzesca e scellerata come poche, anche se nel Friuli di allora non mancavano di certo i nobili e meno nobili che se ne infischiavano della giustizia di Venezia. Il secondo decennio del 1700 lo vide protagonista di tanti e tali atti criminali che, dopo un infruttuoso primo bando da parte veneziana nel 1717, che portò alla demolizione del palazzo Torriani di Udine (oggi piazza XX Settembre) dove si trovavano le grandi statue di Ercole e Caco oggi in piazza Libertà, se ne attirò un altro, di pena capitale, emanato di comune accordo dalle autorità veneta e austriaca per l'omicidio della moglie Eleonora Madrisio.

Ci vollero duecento soldati con quattro cannoni per catturare Lucio e i suoi complici, asseragliati in una villa a Farra d'Isonzo; e dopo un anno di processo la condanna non poteva essere che una: pubblica tortura e decapitazione.

Sepolto senza esequie in una tomba anonima nel cimitero di una chiesa di Gradisca, il Conte Lucio farà parlare di sé attraverso una fioritura di leggende e di storie truci che andrà avanti fino a tutto l'Ottocento, e che era ben viva nell'immaginario popolare non solo friulano ancora alla metà del nostro secolo.